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Articoli con tag anoressia

La mia battaglia

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Sono Nives, ho 17 anni e vivo in un piccolo paesino di una valle bergamasca.
All’età di 13 anni mi è stata diagnosticata l’anoressia.
Da quel momento in poi la mia vita è cambiata e ho passato infinite giornate tra ospedali, cliniche e visite. Ma fino a marzo di quest’anno non volevo proprio saperne di uscire da questa condizione per paura, timore.

Ho lavorato molto su me stessa, sulle mie emozioni, sulle mie sensazioni, ma non so esattamente cosa è scattato nella mia testa sei mesi fa.
Tutto è avvenuto in modo lento, non ho mai fatto nulla forzatamente; molte volte anzi mi sono opposta, ma grazie all’aiuto costante della psicologa e della nutrizionista, che mi hanno seguito fin dal principio di questo nuovo percorso, ho trovato giorno dopo giorno la forza di andare avanti, di combattere.

Man mano che il peso dolcemente saliva, i pensieri cambiavano in positivo. Credevo, all’inizio del percorso, che nessuno capisse davvero la situazione e cosa realmente provavo: un continuo disgusto verso me stessa e un’incessante apatia verso il mondo esterno. Tutto sembra procedere, ma in quel momento non si vive, si muore piano piano.

Ora posso dire che voglio guarire. Non per gli altri, per me stessa e basta.

All’apparenza l’anoressia dà protezione, ti senti come in una gabbia d’oro, ma dopo un po’ questa gabbia inizia a starti stretta, ed è proprio in quel momento che devi trovare la forza di provare a sbirciare fuori, vedere la luce, vedere quanto è bella la vita senza pensieri ossessivi. Dopo un po’, magari, rientrare e poi uscire fuori di nuovo, fin quando la gabbia non ti piacerà più così tanto, ma deciderai che è meglio vivere che morire giorno dopo giorno.

Mi ricordo bene il giorno in cui ho mangiato, per la prima volta dopo anni, una brioche. Appena l’ho vista davanti a me un brivido di odio ha percorso il mio corpo, ma dovevo e volevo mangiarla, niente più ostacoli, niente più scuse. Mi son ripetuta di mangiarla meccanicamente, che quella non era altro che una brioche, energia utile per il mio corpo. Volevo urlare, piangere, divorata dai sensi di colpa che aumentavano morso dopo morso, odiavo quel sapore, troppo dolce, troppo tutto. Ma quanto era buona, la cosa più buona che avessi mai provato dopo tanti anni. Quando l’ho finita ho provato un senso di vittoria enorme, ero contenta di me, la gioia ripagava tutto il dolore patito.

Ho fatto molti passi per arrivare fin qui… non sono guarita del tutto, ma ci sto provando e ogni giorno è una lotta continua contro il mostro che è ancora dentro di me, ma sono convinta di potercela fare, perché io voglio e posso.
Non solo voglio farlo per me stessa, ma anche per mia mamma che, nonostante mille motivi per non sopportarmi più, mi è sempre stata accanto, mi ha dato la forza di andare avanti e ha sempre creduto in me.
L’ho fatto anche per i figli che un giorno avrò, perché dovrò essere in grado di abbracciarli, sostenerli in ogni decisione, dovrò avere la forza di prenderli in braccio e ridere con loro e per loro.

Non sono quei chili che fanno di noi una brutta persona. Nessuno ha dell’astio verso di noi, se non noi stesse. Ma perché? Non abbiamo fatto nulla di errato, nessuno è perfetto e il mondo è bello proprio per questo.

Dobbiamo imparare ad accettarci per quelle che siamo, con i nostri limiti e i nostri difetti; perché i nostri genitori, con tutto l’amore del mondo, ci hanno donato la vita affinché la si possa vivere appieno. Perché sprecarla rincorrendo qualcosa che non ci darà mai una felicità concreta?
Amiamoci e urliamo al mondo quant’è bella la vita!

È una battaglia dura, ci saranno delle sconfitte, non posso dire che sarà tutta una strada in discesa. Ma, in fondo, a chi piacciono le cose troppo semplici?
Ce la faremo, per le persone a noi care, per le nostre famiglie, ma soprattutto per noi stesse.

Mai arrendersi, mai!


Alla tua coraggiosa rinascita, Nives
Un abbraccio
Clorofilla


 

Post-it — Linda e il cibo magico

Linda e il cibo magico

Linda e il cibo magico

Linda è una piccola candela, dalla forma rotondetta, per questo oggetto di scherno da parte dei suoi coetanei e compagni di scuola. La sua vita scorre lenta tra i ricordi degli insegnamenti della sua saggia nonna e il rifugiarsi nel cibo, grazie anche al finto aiuto di un baule misterioso che, ingannandola, la gratifica offrendole del cibo. Linda scoprirà i veri valori della vita, ascoltando e affrontando le sue emozioni che le appariranno sotto le sembianze di fate.

 

Un libro scritto dalla psicoterapeuta Valeria Ricci per bambini dai cinque anni in su, dove l’autrice sa affrontare con delicatezza il tema del disturbo del comportamento alimentare. Attraverso un mondo immaginario, fatto di simbolismi e metafore che stimolano la fantasia del piccolo lettore, ci accompagna in un viaggio inatteso nella vita della piccola Linda e della famiglia, capeggiata dal signor Ass Ente. È un racconto fantastico dal forte risvolto realistico, dove si mettono a nudo disagi emotivi, silenzi taciuti e altri urlati nel fondo di un vecchio baule magico, apparentemente alleato della famiglia, ma che si rivelerà un tendenzioso nemico.

Un libro ideato per bambini ma adatto anche agli adulti, che potranno vivere in prima persona le difficoltà che possono incontrare spesso i più piccoli nel dare un nome alle proprie emozioni e nel gestirle, incapaci di difendersi e di interpretare i gesti e i comportamenti degli adulti, o forse troppo sensibili a essi per esserne indifferenti. Meglio non disturbare troppo i grandi nel chiedere spiegazioni o semplicemente le giuste attenzioni. Ma siamo proprio sicuri che gli adulti lo sappiano fare meglio di un bambino?

 

Dottoressa Valentina Viti

 

Per approfondimenti:

V. Ricci — Linda e il cibo magico — Arpeggio Libero, 2014

Marta

È piuttosto inusuale che una giovane studentessa di un istituto professionale si diletti a scrivere. Che poi si piazzi nei primi dieci in un concorso letterario e veda pubblicato il proprio racconto su un’antologia, insieme a quelli di scrittori più esperti e più grandi di lei, è cosa veramente rara. Se, per giunta, il racconto affronta una storia di anoressia, il minimo che si possa fare è darle spazio anche sul nostro sito.
Il geco

 

Contest "Food & Outlet"

Food and Outlet

Ore sette. Suona la sveglia. Ricomincia il tran tran quotidiano. Prendo una cosa da mangiare al volo, infilo la sciarpa rossa e sgattaiolo fuori di casa. Arrivo in metro e, nei due minuti e mezzo che mi separano dall’arrivo del treno addento il misero sandwich che avevo infilato in borsa, che schifo penso, ma ignoro le mie emozioni, ingoio e butto giù a forza. Salto sulla metro, mi sento un predone che attacca l’imbarcazione nemica. La mia giornata è ufficialmente iniziata.

Arrivo in redazione e come tutte le mattine vengo sommersa di finti buonismi. Stomachevole, quasi più del sandwich. Odio tutti, penso. La realtà è che odio anche me stessa, la mia debolezza, la mia fragilità emotiva, tutto ciò che mi rende Marta.

Stamattina non ce la faccio proprio.

Riapro gli occhi lentamente, intorno a me volti conosciuti e sconosciuti allo stesso tempo, sento voci lontane, quasi un fruscio assordante, intravedo le asettiche e bianche luci dei neon. Sono svenuta. Di nuovo. Non so come, ma riesco ad avere la consapevolezza dell’assenza del mio corpo, della Marta fisica che sta perdendo sempre di più i collegamenti con il mondo reale, concreto.

Ma il mio attaccamento alla vita ha prevalso nuovamente, sono le 10:15 e mi sono ripresa. Sono tornata di nuovo in vita, nella mia vita, insapore, inodore, incolore. Fortunatamente non sono finita in ospedale, questa volta mia madre non avrebbe fatto finta di non vedere come la costringo a fare da mesi, mi avrebbe mandato in uno di quei centri per malati come me. Mia madre non è Marta, lei è forte, orgogliosa, riesce a dare un nome e un cognome ai problemi e li affronta, senza paura. La ammiro, ma lei non lo sa.

Ma, sfortunatamente per me, io non sono mia madre e, per il momento, i miei colleghi perbenisti mi vanno più che bene. Mi portano l’acqua. Sono anoressica e mi porti l’acqua? Fai sul serio? Ma va bene così.

Nel bene o nel male questa giornata lavorativa è finita. Esco dalla redazione e non ho molta voglia di tornare a casa, ma ci tornerò.

Scendo in metro, un posto magico e puzzolente. Una strizzacervelli astratta che offre consulenze gratuite, non sempre indolori. Con un tuffo carpiato ti ritrovi dentro di te. Riesci a guardarti dentro e, in effetti, ironicamente, valuto che per guardarmi dentro non devo poi fare tanti sforzi, sono così magra. Il fatto che riesco a prendermi non troppo sul serio mi dà la forza di andare avanti, e forse un giorno mi aiuterà a guarire. Non so chi o cosa mi abbia spinto ad affogare in questa malattia che pensavo fosse un gioco all’inizio. Mi vedevo grassa, deforme e inadeguata. E ora? Come sono? Migliore? Sono felice? Avrei voglia di parlare con qualcuno, sfogarmi, ma con la malattia tante sono state le persone che mi hanno voltato le spalle, forse per paura, forse per menefreghismo. Meglio pensare alla paura, fa meno male.

Il mio sguardo si fissa su una florida ragazza che sta gustando quello che pare essere il gelato più buono dell’universo conosciuto. Le sue gote rosse mi ricordano due belle e grandi fragole estive. Sembra davvero felice, e la invidio un po’.

Che sbadata, devo scendere!

Risalendo in superficie mi accorgo che l’immagine di quella ragazza è ancora viva in me. Mi ha donato una sorta di tranquillità, mi ha fatto pensare alla Marta di un tempo che era felice, amava la vita, la stracciatella, il vento fresco in faccia, ma soprattutto che non aveva paura di chiedere aiuto. Questa volta la metro ha proprio esagerato, o forse sarà stata la botta in testa causata dallo svenimento?

Distrattamente questa mattina frugavo nell’armadio e mi sono imbattuta in questa pagina scritta da me dieci anni fa, almeno un centinaio simili. In questa però evinco una strana forza che nelle altre pagine era totalmente assente, pertanto mi accingo a leggerla. Dentro di me emozioni contrastanti, tenerezza e dispiacere, consapevolezza che non tutte sono state e saranno fortunate come me.

Mi rendo conto che la Marta di un tempo non è poi tanto distante da quella di ora, molte debolezze sono rimaste le stesse. Ma ora c’è una luce diversa intorno a me. Ora ho in mano la mia vita, riesco a indirizzarla io, con le mie decisioni, e non permetto a niente e a nessuno di interferire in tali decisioni. E mangio la stracciatella. Tanta stracciatella. Ah, dimenticavo, ora la mia mamma sa che la stimo infinitamente e che forse senza di lei non starei qui a gambe incrociate a pensare dell’anoressia un lontano ricordo.

 

Monica Di Matteo
IPSSAR “F. De Cecco” — Pescara

 

Per approfondimenti:

Post-it — Giganti d’argilla

Giganti d’argilla

Giganti d’argilla

Già da alcuni anni […] il peso e le forme corporee sono diventati oggetto di cura e fonte di numerose preoccupazioni anche per gli uomini: taluni si rivolgono al corpo con il desiderio di “pomparlo”: lo desiderano più muscoloso, più massiccio e meno snello; altri lo desiderano semplicemente “magro”.

Si pone quindi il problema di un disturbo che gradualmente si allontana dall’essere un disturbo di genere e sempre più spesso si configura come un problema di identità, in questo caso maschile.

 

Laura Dalla Ragione e Marta Scoppetta analizzano perché, improvvisamente, anche gli uomini sono colpiti da questi disturbi: non solo quelli “classici”, come anoressia, bulimia e binge-eating, ma anche quelli “recenti”, come l’ortoressia e la bigoressia, più frequenti nel sesso maschile.

 

Per approfondimenti:

L. Dalla Ragione, M. Scoppetta — Giganti d’argilla — Il Pensiero Scientifico Editore, 2009

Post-it — Donne che mangiano troppo

Donne che mangiano troppo

Donne che mangiano troppo

Ciò che aveva indotto Anna a rivolgersi a me per una terapia erano stati i problemi legati all’alimentazione.
«Allora, che cosa c’è che non va?» avevo esordito durante il primo colloquio con la paziente.
«Veramente niente» disse «effettivamente ho tutto quello che si potrebbe desiderare: un marito simpatico, un lavoro che mi piace, molti amici e conoscenti. In realtà potrei essere felice, se non avessi problemi con il mangiare!» E comincia a raccontare degli attacchi di fame smodata che la assalgono ogni due giorni; generalmente iniziano nel pomeriggio o verso sera e si protraggono fin dopo la cena. «Poi, quando ho sbrigato le faccende e mio marito sta guardando la televisione o sta facendo altre cose, vado in bagno e vomito tutto. Allora mi sento sollevata, ma anche in colpa».

 

In questo saggio la psicoterapeuta Renate Göckel descrive e analizza i disagi di Anna K. — affetta da bulimia, che cerca di colmare i vuoti affettivi e le paure con il cibo, innescando un circolo vizioso tra abbuffate e vomito — e come l’aver individuato il problema inconscio l’abbia potuta liberare dalla sindrome di dipendenza.

 

Per approfondimenti:

R. Göckel — Donne che mangiano troppo — Feltrinelli Editore, 1992

Collaboratori esterni

Scolari nella Scuola di Ancel in questo momento