E così nacquero gli OGM

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Nei giorni scorsi abbiamo parlato, nella Scuola di Ancel, di zucchero e di alcol e bevande nervine quali tè, caffè e cioccolata, ne abbiamo raccontato l’origine e abbiamo riflettuto su come il cibo possa influire sulla salute, ma anche sul destino di intere nazioni.

Questi nuovi alimenti non soddisfano le esigenze nutrizionali primarie né delle popolazioni delle aree di produzione, né di quelle delle zone di maggior consumo. Tuttavia, per quanto riguarda sia lo zucchero sia le bevande nervine zuccherate, il loro uso ha enormemente aumentato l’introito calorico di individui con stile di vita sempre più sedentario, con la ben nota diffusione di malattie metaboliche quali l’obesità e il diabete.

Per quanto riguarda invece le aree geografiche ex–coloniali, le monocolture di questi nuovi alimenti rendono i rispettivi Paesi esposti alle oscillazioni del mercato. Inoltre, le colture di alimenti di primaria necessità, come ad esempio i cereali, già ridotte per la competizione delle produzioni di tipo “coloniale” risentono sempre di più della riduzione di fertilità dei suoli, dovuta all’uso di fertilizzanti e pesticidi. Questa carenza di risorse alimentari è ulteriormente aggravata dalla crescita di popolazione.

Proprio il tentativo di affrontare questo problema ha portato oggi al successo della cosiddetta “rivoluzione genetica” in agricoltura, con il diffondersi di piante OGM (Organismi Geneticamente Modificati) più resistenti ad agenti nocivi ambientali e meno dipendenti da concimi e antiparassitari chimici, definite piante OGM di prima generazione.

Per adesso gli alimenti OGM permessi sono solo quelli di prima generazione, in gran parte usati come mangime animale (foraggio), per rendere più economica la produzione di carne. L’agricoltura per la produzione di foraggio, infatti, impegna molto più terreno di quello necessario per l’alimentazione umana, perché ci vogliono dai 20 ai 40 kg di prodotto per ogni chilogrammo di carne. Questa tecnologia compromette anche la biodiversità degli ambienti in cui è praticata.

Ora si è arrivati a parlare di alimenti OGM di seconda generazione, provenienti da piante modificate in modo da contenere nutrienti non presenti nella specie originaria.

Un approccio di questo genere potrebbe forse alleviare alcuni problemi nutrizionali in determinate aree del pianeta, ma a lunga scadenza potrebbe anche dar adito a ulteriori accesi dubbi e dibattiti di natura etica, economica e sociale.

Staremo a vedere quali innovazioni ancora ci prospetterà il futuro e quali rassicurazioni ci fornirà la Scienza.

 

Fonti:

Giornata Internazionale per la Diversità Biologica 2013

Giornata Internazionale per la Diversità Biologica 2013

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

La Giornata Internazionale per la Diversità Biologica è stata istituita nel 1993 con il proposito di sensibilizzare l’opinione pubblica di tutto il mondo riguardo il principio fondamentale che ciascuna forma vivente, dalla più piccola alla più complessa, partecipa alla vita dell’intero pianeta che, dunque, è un grande insieme armonico di forme viventi.

Anche la più semplice forma di vita è parte di un sistema complesso, il cui equilibrio è fondamentale.

L’approfondimento di quest’anno riguarda la salute dei nostri oceani (One Ocean: many worlds of life).

Un argomento dalla portata enorme, se consideriamo che il 71% della superficie terrestre è coperto da oceani. L’equilibrio degli ecosistemi acquatici rappresenta una risorsa fondamentale per tutta la popolazione mondiale. In termini alimentari, ad esempio, la pesca fornisce il 15% delle proteine animali destinate alla nostra alimentazione. Inoltre, grazie alle sostanze presenti in molte alghe, piante e animali degli ambienti marini, vengono prodotte diverse componenti farmaceutiche. Per non parlare dell’inestimabile contributo del fitoplancton alla produzione di ossigeno.

Abbiamo sfruttato il nostro habitat naturale, come se gli avessimo dichiarato guerra. Dobbiamo prendere sul serio la situazione, e immediatamente, riducendo il nostro impatto sulla Terra. Come singoli individui abbiamo la sensazione di fare poco, ma ci possiamo riscattare grazie alla civiltà, diventando una risorsa preziosa per il nostro pianeta.

 

Fonte:

Barilla Center for Food & Nutrition — International Day for Biological Diversity 2013

Torta ACE light

Torta ACE light – Fotografia scattata da Noemi Feriti

Torta ACE light – Fotografia scattata da Noemi Feriti

Anche la nostra consulente di bellezza, la make-up artist Noemi Feriti, si è lasciata contagiare dalla voglia di buona salute e ci manda una nuova ricetta light, sana e gustosa. Per realizzarla ha utilizzato farina di kamut, miele e un mix di frutta e verdura. Ecco la ricetta.

Torta ACE light

Ingredienti per 6 abbondanti porzioni

  • 160 g di farina di kamut
  • 1 uovo
  • 30 g di miele
  • 250 g di carote grattugiate
  • 100 g di succo d’arancia
  • 30 g di succo di limone
  • mezza bustina di lievito
  • un pizzico di sale
  • zucchero a velo, da spolverare in superficie

Preparazione

Miscelare l’uovo con il miele e aggiungere il succo di limone e d’arancia. Unire la farina, il lievito, le carote e, infine, un pizzico di sale.

Mettere l’impasto in una tortiera. Per le dosi utilizzate è adeguata una teglia di alluminio rettangolare da cui si possono ricavare sei fette di torta belle grandi.

Cuocere in forno a 180°C per 45 minuti.

Terminata la cottura lasciar raffreddare e, quindi, spolverare con lo zucchero a velo.

Valori nutrizionali (per una fetta da 100 g)

  • 134 kcal
  • 4,5 g di proteine
  • 1,1 g di lipidi
  • 28,3 g di glucidi disponibili
  •  28,7 mg di calcio
  • 56,4 mg di sodio
  • 163,1 mg di potassio
  • 56,8 g di fosforo

 

Fonti:

NutriPillole — La vitamina C, il sistema immunitario e lo sforzo fisico

Vitamina C

Illustrazione di Gianluigi Marabotti


  • Nome: acido ascorbico o vitamina C.
  • Classe: vitamine idrosolubili.
  • Proprietà: contribuisce al mantenimento della normale funzione del sistema immunitario durante e dopo uno sforzo fisico intenso.
  • Avvertenze: questa indicazione può essere impiegata solo per un alimento che fornisce un apporto giornaliero di 200 mg di vitamina C, in aggiunta all’apporto giornaliero raccomandato di vitamina C per la popolazione italiana (NutriPillole — La vitamina C e il collagene).

Ricordando che gli alimenti ricchi di vitamina C debbono essere consumati crudi e freschi, i 200 mg di acido ascorbico in più rispetto al quotidiano fabbisogno sono coperti da:

  • 400 g di fragole con aggiunta di succo di mezzo limone (circa 240 mg);
  • 200 g di insalata mista composta in parti uguali da rucola e lattuga con aggiunta di un’arancia a fette di circa 150 g (circa 230 mg);
  • 300 ml di frullato di frutta preparato con due kiwi da 100 g l’uno e 100 g di fragole (circa 220 mg), con aggiunta di latte vaccino o latte di soia.

Prendete nota per consumare queste e altre combinazioni alimentari, ricche di vitamina C, dopo lo sport o dopo tutte le situazioni che richiedono intenso sforzo fisico.

 

Fonti:

Post-it — Nelle mani delle donne

Nelle mani delle donne

Nelle mani delle donne

La personale relazione con il cibo è anche una questione di genere. Madri, seduttrici, mogli, sante anoressiche, streghe, guaritrici, assassine, le donne sono e sono state tutto questo anche attraverso il cibo. Questo libro racconta dal Medioevo a oggi la storia di donne capaci di amare o avvelenare con la cucina, ma anche di essere profondamente condizionate attraverso l’alimentazione.

Tenere lontane le donne da una bevanda così consumata come il vino segna una discrepanza fra cultura alimentare prevalente e regole imposte alle donne nella relazione con i cibi. Non si tratta dell’unica discriminazione nel campo alimentare. Un’analoga discordanza esiste a proposito delle abbondanti libagioni. Mangiare molto nel caso dell’uomo dimostrava, soprattutto in età medievale, non solo ricchezza ma anche potenza, e più in generale caratterizzava l’appartenenza a un ambiente privilegiato e ammirato. Mangiare molto era in definitiva un segno distintivo di nobiltà e valore. Fu su questa base che Carlo Magno ritenne un indizio della presenza del nobile Adelchi il fatto che sotto quello che poteva essere stato il suo posto a tavola fossero ammucchiate moltissime ossa perfettamente spolpate. Se gli uomini di appetito gagliardo manifestavano potenza, le donne appetenti al contrario rivelavano debolezza.

 

Per approfondimenti:

M.G. Muzzarelli — Nelle mani delle donne — Editori Laterza 2013

Cibo & filatelia: la dieta mediterranea

Dieta mediterranea

Francobollo dedicato alla Dieta Mediterranea, dalla collezione privata dell’Ingegner Sergio De Benedictis

Nel 2010 la dieta mediterranea è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’Umanità. Ciò viene ricordato, dopo un anno, con un annullo filatelico emesso a Novoli (LE) in occasione della festa di S. Antonio Abate e la Focara, anch’esse candidate a tale riconoscimento.

Ancel Keys ne aveva creato il mito e coniato il termine: le sue osservazioni erano state attratte dallo stile di vita e dall’alimentazione adottata da popolazioni di paesi rurali (Corfù e Creta in Grecia, Nicotera in Calabria, Montegiorgio nelle Marche e una comunità della Dalmazia) che godevano di un’ottima salute e di un basso tasso di malattie cardiovascolari e di tumori.

Oggi è dimostrato che l’azione protettiva sulla salute svolta dalla dieta mediterranea va attribuita al consumo di olio extravergine di oliva e al suo elevato contenuto di acido oleico e di acidi grassi polinsaturi essenziali. Contribuiscono a tale apporto anche il consumo di frutta secca (mandorle e noci) e di pesce.

I grassi saturi di origine animale — derivanti dalla carne, dalle uova, dal latte con i suoi derivati — sono invece presenti in quantità ridotte.

Il benessere delle popolazioni mediterranee è merito anche della presenza di alimenti freschi vegetali (frutta e ortaggi), di legumi e cereali e di moderate assunzioni di vino consumato ai pasti.

Il popoli dell’area del Mediterraneo nel corso dei secoli hanno tramandato, salvaguardandolo, uno stile alimentare rispettoso delle tradizioni e delle culture locali, rispettando anche il territorio e la biodiversità.
Non solo quindi gli alimenti, ma anche le colture che li producono, le tecniche di conservazione, di preparazione e le modalità di consumo sono raccolte nelle conoscenze trasmesse dalla cultura della dieta mediterranea.

Alcuni passi dal libro Curare con il cibo:

È la dieta funzionale per eccellenza perché ritroviamo tutta quella varietà di nutrienti, micronutrienti e non nutrienti fondamentali per il benessere dell’organismo e risulta un ottimo mezzo preventivo contro le patologie cronico-degenerative.

La dieta mediterranea di riferimento è costituita da otto punti cardine:

  • elevato consumo di legumi;
  • elevato consumo di vegetali;
  • elevato consumo di frutta;
  • elevato consumo di cereali;
  • elevato consumo di olio extravergine di oliva;
  • consumo misurato di formaggi, latte e derivati;
  • basso consumo di carne e prodotti derivati;
  • consumo limitato di vino.

Dall’analisi di questi punti si può concludere che le proteine introdotte con la dieta mediterranea sono prevalentemente di origine vegetale (legumi disponibili in grande varietà) in armonia con proteine derivanti da moderati consumi di latte, pesce e carne.
I legumi forniscono, inoltre, buone quantità di ferro, calcio e vitamine.
I cereali costituiscono un’ottima fonte di energia e apportano carboidrati complessi come amido e fibra.
L’olio extravergine di oliva e il pesce azzurro sono fonte di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi (omega 3 – omega 6 e acido oleico) utili nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e di altre patologie.
Le vitamine presenti nella verdura, nella frutta e nelle spezie offrono una scorta di antiossidanti.

 

Per approfondimenti:

N.C. Battistini, P. Pedrazzi, M. Prampolini — Curare con il cibo — Carocci, 2012

Prevenzione alcologica: quando sì e quando no?

L'armadietto dei superalcolici di casa

L’armadietto dei superalcolici di casa — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Esiste un consumo ideale di alcolici?

Un moderato consumo di alcol sembra ridurre il rischio di malattie cardiache e diabete. Gli studi però danno risultati incompleti e contraddittori. Probabilmente il risultato è favorevole se vi è moderazione, con una maggiore efficacia per il vino, mentre diventa difficilmente interpretabile in presenza di consumi maggiori o con l’utilizzo di altri alcolici (birra, superalcolici). Vi è inoltre sicuramente una grande differenza di suscettibilità individuale.
Perciò vale il consiglio che si usa per tutti gli alimenti: puntare alla qualità e non alla quantità.

Un bicchiere di vino (non quelli più comunemente usati a tavola, ma quello contenente 125 ml) o una lattina piccola di birra (330 ml) sono generalmente considerati una quantità tollerabile a pasto, anche se per le donne potrebbe essere opportuno limitarsi a una volta al giorno. I superalcolici invece dovrebbero costituire un’eccezione.

In quali condizioni è necessario evitare l’alcol?

Innanzitutto se assumete farmaci. Il consumo moderato di alcol è associato a un aumento di rischio di effetti indesiderati del 24%, soprattutto se assunto insieme a farmaci usati per curare diabete, allergie, insonnia, artriti, ipertensione, colesterolo alto, insonnia oppure anticoagulanti, antidepressivi, sedativi, antidolorifici. Quindi se assumete medicine o integratori, anche temporaneamente, controllate sul bugiardino o chiedete al vostro medico.

Evitate l’alcol se siete o potreste essere in gravidanza. Le donne, per motivi fisiologici (ormonali, metabolici e costituzionali), sono abitualmente più sensibili agli effetti dell’alcol: tra le conseguenze possibili ci sono, oltre ai maggiori rischi dovuti alla tossicità dell’etanolo, anche la minore fertilità e quindi una minore possibilità di iniziare una gravidanza. Quando invece il concepimento è già avvenuto, i rischi sono per la salute e lo sviluppo del bambino: gli organi vitali, quali cuore, cervello e scheletro, si formano durante i primi 10-15 giorni dopo il concepimento e la futura madre è spesso inconsapevole del suo nuovo stato. Smettere di bere se si programma una gravidanza rappresenta dunque una misura protettiva per il bambino. Una patologia correlata all’uso di alcol in gravidanza è la sindrome feto-alcolica, che si può manifestare con gravità diversa, che va dal ridotto peso neonatale fino al ritardo mentale, senza che si sia individuato il livello minimo di consumo pericoloso (studi recenti, da confermare ulteriormente, sembrano dimostrare che fino a due bicchieri alla settimana non abbiano effetto).

Se soffrite o avete sofferto di gastrite, pancreatite, epatite (anche di origine virale) sappiate che l’alcol può avere un ruolo importante nel peggioramento dei sintomi. A seconda del quadro clinico può bastare una sospensione temporanea, ma a volte può essere necessario interrompere definitivamente il consumo di alcol, ricordando sempre che potrebbe favorire la degenerazione tumorale di queste patologie.

Se volete perdere peso non dimenticate che un bicchiere di vino o una lattina di birra arrivano a introdurre nella dieta anche più di 100 calorie. Queste calorie non ci danno la stessa sazietà di un cibo solido, ma ci lasciano insoddisfatti e anzi spesso stimolano l’appetito (come gli aperitivi). Spesso basta ridurre semplicemente gli alcolici per ottenere senza difficoltà dei risultati importanti. Se invece aggiungete il consumo di alcol a una dieta ipocalorica, correte il rischio di aumentare l’assorbimento dell’alcol stesso rispetto a una dieta normale e anche di trovarvi con una dieta sbilanciata e carente di nutrienti essenziali (un esempio su tutti: la vitamina A).

 

Per approfondimenti:

Come il cibo può influire su salute e destino delle nazioni: alcol e bevande nervine

Bevande nervine

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Continuo oggi a raccontare le tradizioni della nostra cucina, dopo la storia dello zucchero pubblicata per La Scuola di Ancel qualche settimana fa, passando questa volta all’alcol e alle bevande nervine.

Gli schiavi impiegati come mano d’opera nelle colonie inglesi furono presto alimentati utilizzando lo stesso prodotto del loro lavoro: lo zucchero, fonte di energia prontamente disponibile, e in seguito iniziarono a bere un suo derivato, il rum, ottenuto attraverso un processo di distillazione del succo di canna.

Il suo consumo iniziò nelle Barbados e in Giamaica e si diffuse tra i marinai delle navi da trasporto e da guerra e successivamente tra gli Europei che, dal Medioevo per influsso degli alchimisti Arabi, distillavano l’alcool delle loro bevande fermentate, vino e birra, per farne un uso quasi esclusivamente medico.

I primi distillati Europei presero il nome generico di acquavite, da aqua vitae, a sottolinearne l’effetto benefico sulla salute, a seguito di un consumo molto limitato. Una volta che il gusto dei ricchi Europei si abituò alla presenza di bevande alcoliche ad alta gradazione, si passò allo sviluppo di altri distillati, sia già esistenti in quantità molto ridotte, sia di nuova invenzione:

  • il brandy in Francia e in Germania;
  • il whiskey (o whisky) in Irlanda e Scozia;
  • il gin in Inghilterra;
  • la vodka in Russia e Polonia;
  • i liquori di erbe in Italia.

Altri tipi di alimenti che si sono affermati in Europa grazie alla diffusione dello zucchero sono: caffè, cioccolato e. Tre bevande tra loro associate, indicate collettivamente come bevande nervine per la loro azione stimolante, dovuta alla presenza di alte concentrazioni di sostanze appartenenti alla classe delle metilpurine, soprattutto la caffeina. Altro fattore che le unisce è un particolare sapore amaro, oltre a uno scarso contenuto calorico (ad eccezione, in parte, del cioccolato).

Ricche di sostanze benefiche, esse erano consumate con il loro gusto naturale nei luoghi di provenienza:

  • il in Asia orientale;
  • il caffè in Arabia;
  • il cioccolato in Mesoamerica.

In Europa il gusto amaro di tè, caffè e cioccolato non li avrebbe fatti apprezzare e diffondere se non ci fosse stata la possibilità di usare lo zucchero come dolcificante, amplificandone l’utilizzo più di quanto abbia contribuito la sua presenza come ingrediente nei cibi solidi.

Dapprima le tre bevande furono privilegio dei salotti delle classi più abbienti, e divennero una vera moda della cultura europea nel Settecento, poi cominciarono a diffondersi fra la gente comune. In questo il tè superò largamente gli altri due per la maggiore resa economica della sua produzione e la grande semplicità della sua preparazione domestica, ma soprattutto per la grande intuizione degli Inglesi di dedicare quasi totalmente alla sua produzione interi possedimenti coloniali. Questo permise la vendita del tè in tutto il mondo e fu in grado di soddisfare, a basso costo e con grande soddisfazione dei consumatori, il mercato interno.
In seguito alla rivolta dei coloni americani, che non vollero assoggettarsi a pagare le tasse di importazione del tè dalla madrepatria, non essendo il clima americano adatto alla coltivazione del tè, si diffusero le piantagioni del caffè nel Sud.

In Gran Bretagna i profitti creati dalla coltivazione della canna permisero la prima rivoluzione industriale, che creò a sua volta un enorme numero di nuovi consumatori a basso reddito: gli operai e le loro famiglie. Tè e zucchero saranno la forza motrice del successo produttivo di fabbriche, miniere, eserciti, e università britanniche, nonché della trasformazione di intere economie agricole tradizionali, come in India e in Kenya. In parte gli Stati Uniti ripercorreranno lo stesso percorso con il caffè.

 

Fonti:

NutriPillole — La vitamina C e il collagene

La vitamina C e il collagene

Illustrazione di Gianluigi Marabotti


  • Nome: acido ascorbico o vitamina C.
  • Classe: vitamine idrosolubili.
  • Proprietà: contribuisce alla regolare formazione del collagene, per la normale funzione di vasi sanguigni, ossa, cartilagini, gengive, pelle e denti.
  • Meccanismi: interviene nella conversione degli amminoacidi prolina e lisina, nei componenti del collagene idrossiprolina e idrossilisina.
  • Fabbisogno medio:
    • femmine adulte 60 mg;
    • maschi adulti 75 mg;
    • gravidanza 70 mg;
    • allattamento 90 mg;
    • dal primo anno di età all’adolescenza:
      • femmine da 28 mg a 53 mg;
      • maschi da 33 mg a 60 mg.

La vitamina C è termolabile e ossidabile; quindi gli alimenti che la contengono, per veicolarla, dovrebbero essere consumati crudi e al momento. Il suo fabbisogno può aumentare in condizioni di stress psicofisico, per i fumatori o per le persone in sovrappeso o obese. Le vitamine, per definizione, sono essenziali. Non possiamo, dunque, sintetizzarle e devono necessariamente essere introdotte con gli alimenti.

Per tradurre la teoria in porzioni, 75 mg di vitamina C sono ampiamente coperti da:

  • 100 g di ribes (200 mg Vit. C)
  • 100 g di rucola (110 mg Vit. C)
  • 100 g di kiwi (85 mg Vit. C)
  • 150 g di lattuga da taglio (88 mg Vit. C)
  • 200 g di fragole (108 mg Vit. C)
  • 200 ml di spremuta di arance (circa 100 mg Vit. C)

 

Fonti:

Post-it — Come difendersi dalla dieta Dukan

Dimagrire usando la testa

Dimagrire usando la testa

Non si può dimagrire senza usare la testa. Questo è il monito e allo stesso tempo la raccomandazione di Luciano Casolari, medico psichiatra e psicoterapeuta, in un nuovo e utile libro che è un percorso di autostima per il lettore, scritto in collaborazione con psicologi quali Claudio Venturelli, Elisa Valdastri e Flavio Casolari. Nelle pagine dedicate alla dieta Dukan, leggiamo:

Il programma pone l’accento su una posizione del professionista autoritaria, infatti il dottor Dukan sostiene che un piano dimagrante deve essere formulato da un’autorità esterna che si sostituisce a quella della persona, dettando regole precise e sviluppando condizionamento.

Questo è un aspetto molto negativo perché deresponsabilizza la persona e destruttura i comportamenti alimentari. Il programma impone delle regole senza insegnare a gestire gli stimoli negativi interni (craving, emozioni e fame) o esterni (cene sociali, occasioni speciali, stimoli pubblicitari) che continuamente la vita quotidiana propone. In questo modo la persona rimane dipendente da un modello rigido che non sempre può risultare efficace. Anche in questo aspetto il programma non propone niente di geniale e nuovo rispetto agli altri regimi dietologici proposti sino ad oggi. Unica differenza del metodo Dukan la fa il marketing.

 

Per approfondimenti:

L. Casolari — Dimagrire usando la testa — Imprimatur, 2013